Le radici della nostra civiltà sono presenti in noi come conoscenza del passato veicolato attraverso la narrazione storica. La storia racconta guerre, battaglie, trattati, paesi divisi, uniti, allargati, assimilati. Racconta, di conseguenza, i destini di intere popolazioni che hanno subito, durante le prime generazioni, cambiamenti di nazionalità, adattandosi gradualmente a modificare almeno in parte abitudini e tradizioni.

Della vita vera, della realtà del singolo – che non sia lo studio di disciplina – non c’è traccia nella narrazione storica, a meno che non si guardi alla biografia di figure di rilievo.
La vita della gente comune – e quindi i sentimenti, le pulsioni, le aspirazioni che animavano i nostri avi, che sicuramente avevano una diversa concezione di se rispetto a quella che abbiamo oggi – la scopriamo con la narrazione letteraria.
Scrive Simone Weil:
C’è qualcos’altro che ha il potere di svegliarci alla verità. E’ il lavoro degli scrittori di genio. Essi ci danno, sotto forma di finzione, qualcosa di equivalente all’attuale densità del reale, quella densità che la vita ci offre ogni giorno ma che siamo incapaci di afferrare perché ci stiamo divertendo con delle bugie.
Il pensiero di Simone Weil proietta una luce interessante sulle generazioni che prima di noi hanno percorso le stesse strade che ora noi stiamo percorrendo; ma proietta una luce ancora più forte e intensa sull’incapacità di leggere il presente, forse per distrazione e indolenza, o forse più banalmente per scelta, perché divertirsi con le bugie è disimpegnativo, almeno fino a quando non si scopre che il disimpegno ha un prezzo altissimo.
Ed è allora che una ciambella di salvataggio può arrivare dalla letteratura, la sola capace di rimandare, grazie alla finzione, l’eco di quella verità che, dentro di noi, è in attesa di essere riconosciuta.
® 2021
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