IL GIARDINO DI ELISABETH

Seconda parte

Elisabeth von Armin pubblica Il giardino di Elisabeth nel 1898/1899 e, oltre ad altri interessanti argomenti, descrive con poche righe la condizione del bracciante, come nessun testo di sociologia riesce a fare, e non solo quella dell’uomo ma soprattutto quella della donna.

Fra l’ironico e un’insensibilità che stupirebbe in un animo tanto sensibile ma che fotografa con chiarezza lo spirito del tempo pervaso da ingiustizia sociale vissuta come normalità, la protagonista/autrice pensa che la sua pietà verso esseri schiavizzati sia dovuta a un’eccessiva educazione e si stupisce di come tali creature si muovano in gruppo lavorando come animali sotto lo sguardo del sorvegliante armato, per poi rientrare la sera, a casa, cantando. Ma è lo stato delle donne a risvegliare, ovviamente, un più forte istinto di solidarietà.

… Non sono ancora riuscita a persuadermi che le donne siano felici. Devono lavorare duramente quanto il marito e vengono pagate meno di loro; devono fare figli senza poter decidere quando, come eoin che condizioni; devono farlo il più in fretta possibile per tornare presto al lavoro. Nessuno le aiuta, nessuno le nota o se ne cura, e il marito meno di tutti. E’ cosa del tutto normale vederle lavorare nei campi al mattino e poi di nuovo nel pomeriggio, avendo dato alla luce un bambino nel tempo intercorso in mezzo. Il bimbo viene lasciato a una donna anziana il cui compito è badare ai piccoli della comunità. Quando ho condiviso tutto il mio orrore per le povere creature che tornano al lavoro subito dopo il parto come se niente fosse, l’Uomo dell’Ira mi ha risposto che quelle donne non soffrono perché non hanno mai portato il corsetto, come le loro madri e nonne prima di loro. In quell’occasione stavamo cavalcando e avevamo appena superato un gruppo di braccianti; mio marito stava parlando con il sorvegliante quando è arrivata una donna che ha impugnato una vanga e ha cominciato a scavare. Ci ha fatto un gran sorriso con un inchino, e il sorvegliante ha commentato che era appena tornata da casa, dov’era andata per partorire.

L’Uomo dell’Ira è il marito della protagonista/autrice, e l’appellativo dice tutto del suo carattere e, in qualche misura, di un rapporto matrimoniale nel ceto aristocratico dell’epoca; ha idee molto chiare sullo scarso valore della donna di qualsiasi ceto e di nessun valore delle ultime della scala sociale, e non le nasconde. Arriva persino a descrivere i benefici delle percosse inflitte periodicamente e senza motivo, per la salute e la felicità delle poverette.

Elisabeth dapprima ascolta in silenzio per replicare poi il suo dissenso, e non lo fa protestando energicamente ma spostando la visione su un altro piano e anche se lo riferisce al ceto privilegiato di appartenenza è comunque un capolavoro di intelligenza, astuzia e creatività.

Mio caro marito, guarda – indicando la luna col frustino – guarda quella luna tanto innocente appena sorta dalla nebbia, là, dietro a quella betulla bianca, e non parlare di donne e di cose che non capisci … Sai bene di essere un marito civile, e un marito civile non è più un uomo.

E una moglie civile? – aveva domandato lui – Una moglie civile non è più una donna?

Direi proprio di sì. E’ una dea e come tale non potrà mai essere adorata a sufficienza.

Da donna battuta a donna adorata. Intoccabile! Elisabeth con poche battute risolve la misoginia del marito. Lo disarma.

Può apparire semplicistico e forse lo è. Eppure, fa riflettere.

E’ . trascorso poco più di un secolo e il progresso ci ha portati lontano. Abbiamo fatto passi da gigante nel riconoscimento dei diritti dei lavoratori e della parità di genere o almeno così ci piace credere, se non consideriamo i fatti di cronaca e lo sfruttamento salariale aggiunti al radicale cambiamento in atto nella nostra società. Ma nessuno, se non pochi illuminati, evidenzia nel cambiamento di visione, dove a cambiare è il concetto che si ha dell’altro – uomo e donna – il potere di una scelta diversa che sostituisca l’uso e consumo di una creatura con lo stupore per la sua forza e la sua grazia, e risvegli quella forza misteriosa che induce a compiere quel primo passo verso il ripristino dell’armonia.

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