Nel nome di Cenerentola

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Cenerentola, Biancaneve, Aurora, Ariel, Belle, Rapunzel, Mulan, Jasmine, Pocahnotas …

Nelle favole è sempre il nome delle principesse ad essere ricordato. I principi hanno il colore azzurro, i cavalieri il verde, le bambine il rosso. I re e le regine sono comparse necessarie il cui nome è presto dimenticato.
La tradizione orale di ogni paese tramanda versioni rivisitate delle più antiche narrazioni dove la protagonista indiscussa è la principessa. E verrebbe da chiedersi se tali narrazioni non affondino le loro radici in quel lasso di tempo che intercorre fra il tramonto del matriarcato – o meglio della cultura matrifocale che istruisce la donna sulle sue funzioni e i suoi compiti, sulle sue sacre conoscenze misteriche, sui suoi poteri sottili – all’affermarsi del patriarcato che arriva lentamente a costruire un modello al quale la donna deve attenersi.
Cenerentola è un esempio del modello. Se sei buona, se accetti senza ribellarti, se non ti arrabbi ma sei gentile e graziosa potrebbe anche accaderti di essere rispettata e che ti possa essere concesso quello che naturalmente dovresti avere.
La questione del potere femminile è il nodo dal quale parte la storia di Cenerentola, dove  il patriarcato mettendo le donne una contro l’altra istituisce le immagini della santa e della strega.
All’inizio vediamo il potere nelle mani della cattiva, scaltra, brutta e stupida; mentre la bella, buona e sensata vive nella disgraziata indigenza ed è sottomessa alla prima. Almeno in apparenza, poiché nella versione del Basile, la più antica e dalla quale hanno attinto in seguito tutti i favolisti, Cenerentola non è per niente buona e indifesa ma, che sia buona o cattiva, aspira sempre e comunque alla fuga dalla costrizione, al cambiamento, alla trasformazione della sua sorte.

La soluzione del problema e la salvezza finale arrivano grazie all’intervento magico di una figura particolare, a somiglianza del miracolo dispensato dall’intervento divino della religione. E solo così può andare, in una società che non voleva e non vuole, che non sapeva e non sa spiegarsi le connessioni fra il mondo invisibile e il mondo visibile, fra la realtà spirituale e la realtà mondana, e di conseguenza non è capace di ritrovare l’armonia degli opposti per restaurare l’alleanza fra femminile e maschile.

Cos’è un miracolo? È un rimprovero, un’implicita satira sull’umanità

afferma Edward Yang (Nights Thoughts) spronando a riflessioni  profonde e inconsuete che possano affrancare da un modo di pensare edificatosi nei millenni e si spera possa essere modificato dal corso naturale dell’evoluzione.

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Fra le molteplici letture degli archetipi, l’attrattiva verso una nobiltà interiore individuale e cosmica è il richiamo che oggi sembra risuonare più forte, e allora cominciamo subito. Afferriamo la magia, liberiamoci dei vestiti dimessi e indossiamo l’abito più bello!  E balliamo!

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